Alimentazione forzata per una ragazza inglese

La storia della ragazza è durissima una vita intrisa di dolore, e costellata di sconfitte, questo spiega le ragioni della malattia. Dall’età di 4 anni fino agli 11 anni ha subito molestie sessuali, all’insaputa dei suoi genitori. Poi a 14 anni la ragazza inizia ad accusare i primi disturbi alimentari ed entra nel tunnel dell’alcolismo. Si iscrive all’università di medicina, sogna di fare il medico e di avere una famiglia. Una relazione affettiva che fallisce la getta di nuovo nella malattia, riprende a bere. Passa 5 anni cercando di farsi curare, resta in cura in diversi centri specializzati. Nulla da fare, le sue condizioni di salute sono peggiorate al punto che il suo caso finisce in tribunale.
La donna da più di un anno non assume cibi solidi e le sue condizioni di salute sono preoccupanti. La sua è una battaglia che va avanti da tempo, lo scorso anno aveva sottoscritto dei moduli per rifiutare ogni tipo di cura che ne allungasse la vita.
La famiglia è dalla sua parte, i genitori difendono  “il diritto della figlia a morire”.

Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, è legale somministrare un trattamento medico, compresa l’alimentazione forzata, ai pazienti mentalmente malati o le cui vite sono in pericolo, quando essi non sono in grado di prendere una decisione per conto proprio.
Si tratta infatti di un caso delicato e insolito all’interno del dibattito bioetico. Per ammissione dello stesso giudice, è la prima volta che si affronta una vicenda in cui il trattamento vitale potrebbe non essere nel «migliore interesse» di un paziente «pienamente consapevole» delle proprie condizioni. Jackson ammette di trovarsi di fronte al caso più difficile della sua carriera. Anche se sottoposta ad alimentazione forzata, per «E.» le possibilità di salvarsi non supererebbero il 20%, a fronte di terapie invasive che fra l’altro dovrebbero durare almeno un anno. Tuttavia bisogna considerare che «viviamo una volta sola – osserva il giudice motivando la propria decisione – Veniamo al mondo una sola volta e una sola volta moriamo. E quella tra la vita è la morte è la più grande differenza che conosciamo».Secondo il giudice Jackson, però, un giorno «E.» potrebbe cambiare idea e capire che «la vita val la pena di essere vissuta».
Quello dell’anoressia è un problema fin troppo sottovalutato in Italia, se ne parla poco e la soluzione è lasciata completamente nelle mani della famiglia.

I dati forniti dal Ministero della Salute, contenuti nel rapporto Eurispes del 2009 sono allarmanti. Si parla di un incremento medio annuo di circa 6 casi ogni 100 mila abitanti. Annualmente sono 3.500 le persone che si ammalano di anoressia alle quali vanni aggiunte altre 6 mila che si ammalano di bulimia. La stima dei malati di anoressia oscilla intorno alle 200 mila persone.

Quando muore la speranza, arriva il desiderio di morire.

Per approfondire:
Anoressia e bulima, cause, sintomi e cure
Anoressia e bulimia: cosa c’è dietro il disturbo

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