Un bagno di dolore

Ieri è stata una giornata difficile, una di quelle giornate che non si dimenticano, una di lampione-nella-nebbiaquelle giornate che creano delle crepe nel cuore, crepe che possono diventare crateri, crateri che si riempiranno di non si sa cosa. 

Ieri ho tastato il dolore con ogni fibra del mio corpo, con ogni senso. Mi ci sono trovata immersa di colpo, dopo una telefonata di prima mattina, telefonata che mi ha lasciato senza fiato, ma un urlo silenzioso si è aperto la strada.

Sono rimasta stesa a letto per due ore, sono passate tra silenzi e telefonate sgomente. Due ore che si sono dilatate e sembravano cento.

Per una frazione di secondo ho pensato di sottrarmi a tutto questo, ma certe cose  si devono fare, anche se si farebbe a meno, anche se si sa che portano sofferenza e ricordi che resteranno scolpiti per sempre. Non si è obbligati, ma si sente la necessità di farlo, per rispetto, per amore verso chi è stato colpito da questa grande tragedia.

Dopo un percorso in macchina e uno volutamente fatto a piedi per avvicinarsi al dolore con calma, per avere il tempo di prepararsi, sono entrata da quella porta e un pugno in faccia mi ha colpito con una violenza tale che sono rimasta senza fiato nel vero senso della parola. Ho dovuto respirare a fondo, più volte. Mi sono girata verso la porta da cui ero appena entrata e volevo mettermi a correre, ma la parte più razionale di me ha avuto la meglio e la mano di chi era con me mi ha afferrato per il braccio per farmi coraggio. Per sfuggire però a ciò che vedevo ho aperto la prima porta a destra e sono entrata, un caldo soffocante mi ha avvolto, degli occhi pieni di dolore mi hanno inquadrato, non sono uscita da lì per due ore. Mi sono lasciata letteralmente andare sulla prima sedia dietro la porta. Senza sapere cosa dire, senza parlare, smarrita da tanta palpabile dolenza.

Ad un certo punto una persona ha iniziato a straparlare sulle prove della vita che servono, che ci rendono più forti, che ci aiutano a crescere e bla bla bla e per non darle due ceffoni in faccia, mi sono messa a lavare i piatti e pulire il gas, in una casa che non era la mia, in una cucina che non conoscevo così bene. Certe persone dovrebbero astenersi dal parlare piuttosto che dire cose che aggiungono sofferenza a quella che già c’è.

E’ difficile dire le cose giuste a chi è sopraffatto dalla tragedia, a chi si sta domandando il perchè, il per come, il per cosa, a chi deve trovare un nuovo punto di partenza per non fermarsi per sempre insieme a chi hai perso  in un modo così brutale.

Ho stretto forte mani, ho abbracciato spalle che singultavano e spalle pietrificate che non reagivano dallo shock subito.

Nei prossimi giorni ci sarà l’estremo saluto ad una giovane vita spezzata e il peggio per chi resta, per la famiglia, per chi lo amava, deve ancora venire.

 

Ma davvero vuole morire?
– Nessuno si suicida perché vuole morire.
– E allora perché lo fa?
– Perché vuole fermare il dolore.
(Tiffanie DeBartolo)

 

 

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15 pensieri su “Un bagno di dolore

  1. maris

    Moky cara, io credo che il tuo partecipare a questo dolore terribile con la tua presenza e anche con il gesto concreto di lavare i piatti, sua stato importante, proprio come a dire “eccomi…sono qui! non è casa mia, non è la mia cucina ma sono così vicina alla famiglia che vive questo strazio da sentire di farne in qualche modo parte”…
    No, certo. Non ci sono le parole giuste. Ma io credo nella forza della preghiera e dello stare insieme.
    Ti abbraccio.

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