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I have a dream…

50 anni fa un uomo che passò alla storia pronunciò a Washington, davanti al Lincoln Memorial, di fronte a 200.000 persone, un discorso che iniziò proprio con queste parole. “I HAVE A DREAM”, quest’uomo era Martin Luther King.
Il sogno in questione era quello di vedere ogni uomo uguale all’altro, questo detto in due parole, ma il discorso è molto più ampio. Se volete leggere tutto il discorso lo potete trovare QUI, è molto molto toccante. Le sue sono parole memorabili.

Più tardi, dopo qualche mese, esattamente il 10 febbraio 1964 verrà approvata la legge per i diritti civili e a Dicembre Martin Luther King verrà insignito del premio Nobel per la pace.

Chissà se oggi Martin potesse vedere l’America, il cui Presidente è nero, chissà cosa direbbe. Probabilmente ne sarebbe felice, ma c’è ancora molta strada da fare. Ci sono le leggi, ma l’uguaglianza ancora non esiste, il razzismo è ancora radicato nelle persone, negli USA, nel mondo.

Martin aveva un grande sogno, un grande progetto e grazie a lui molto si è fatto e si continua a fare.
I sogni sono l’imput che ci fa andare avanti quando vorremmo lasciarci andare, sono quelli che ci fanno rialzare quando noi vorremmo stare seduti, sono quelli che ci aiutano a non perdere la speranza, ma certi sogni si infrangono, si disciolgono, si smarriscono. Eppure dobbiamo andare avanti, aggrapparci a qualcosa, inventarci un altro sogno, superare le nostre paure, le nostre perplessità, i nostri limiti.

 Segui sempre i tuoi sogni e vivili, una volta raggiunti.
 
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Razzismo…ma perchè?

Quando ero piccola io, c’erano pochi extracomunitari al mio paese, giusto qualche persona di colore che girava per le case a vender tappeti. La frase per far paura ai bambini allora era: “Guarda che chiamo l’uomo nero”. Facevano paura, si temevano le persone differenti da noi, che poi tanto diversi non erano, solo la pelle era diversa, ma allora era già troppo.
Quando mi sono sposata la meta del viaggio di nozze sono stati gli Stati Uniti. Sbarcata al JFK a New York, sono rimasta sorpresa dalla quantità di persone di etnia diversa, in ogni dove vedevo bimbi di ogni colore, che parlavano lingue a me sconosciute (lo sono tutt’ora), con genitori di tutte le razze.
Mi sono persa negli occhi azzurri di un bimbo mulatto, non lo dimenticherò mai. Era il simbolo dell’integrazione per me.

Ho cercato sempre di insegnare ai miei figli a rispettare tutti, indipendentemente dal colore della pelle, dal taglio degli occhi, dalla provenienza, dalla nazionalità, dalla lingua.
Alle elementari il migliore amico di MrD era un bimbo marocchino appena arrivato in Italia, non parlava nemmeno una parola di italiano e MrD si è armato di santa pazienza e gli ha insegnato le parole più semplici, fino ad ad arrivare alla frase con un senso logico. E’ stato elogiato molto dalle maestre per questo suo impegno e per questa sua amicizia.
Io ne sono sempre stata fiera, significava che ciò che avevo insegnato lui, era stato recepito e anche bene. Dopo qualche anno il bambino si è trasferito e MrD è rimasto malissimo, ma non lo ha mai dimenticato. Ancora oggi a distanza di anni ogni tanto se ne esce con la frase: “Mamma, ti ricordi H.?”
Come potrei dimenticarlo? Era spesso a casa nostra.
Con lui ho fatto un buon “lavoro”. So per certo che non è e non sarà mai un razzista. Per lui il colore non conta, non è motivo di perplessità, di differenza, è solo un colore.
Se devo dire la verità ho sempre sognato una nuora di una nazionalità differente, magari cinese o giapponese, mi piacciono tanto i bimbi con quei tratti somatici.
Da molti mesi MrD è insieme ad una ragazza che non è italiana.
Per me è bellissima e carinissima.
Se son rose, fioriranno e io sorrido felice.

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze. 
Paul Valéry