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Quando è il momento di passare dal lettino al letto normale?

Ad un certo punto ogni mamma si domanda quando è il momento di passare dal lettino al letto, oppure dal lettino in stanza nostra, al letto in stanza del bimbo, se vogliamo dirlo in modo più corretto, perchè è così che va..
Ogni bambino ha i suoi tempi e non è detto che quando tu sei pronta al distacco, anche lui lo è. Già, molte volte siamo noi mamme le prime a non essere pronte, posticipiamo all’infinito il momento della separazione. Ci lasciamo assalire da paure.
Solitamente il bimbo è contento di passare al letto grande, si sente gratificato, quindi non temporeggiamo troppo e facciamo questo passo.
L’età consigliabile è intorno ai due anni, ma questa è una mia opinione, non è detto che sia quella giusta.
Belle parole vero? A me non è andata per niente così. MrD il mio primo figlio, aveva una bella stanza pronta sin dall’età di un anno. Noi genitori eravamo così contenti di questa stanzetta, così fieri, ma MrD ci ha subito disilluso. Non ha mai voluto dormire in stanza da solo, mai. Le abbiamo provate tutte, abbiamo abbellito ulteriormente la stanza con piumone colorato, giochi, tende, nulla l’ha convinto. Abbiamo provato a lasciarlo piangere nel suo bel lettino con le sponde, avete presente il Metodo Estivill, è il male, non adottatelo! Angoscia il l bimbo ed è dannoso anche per i nostri nervi, ve l’assicuro e poi verrete prese da dei sensi di colpa che dureranno tutta la vita. Uno studio ha poi evidenziato quanto fosse sbagliato adottarlo in bambini al di sotto dei tre anni. Se ne volete sapere di più, andate QUI.
All’età di due anni abbiamo tolto il lettino con le sponde, ormai nel girarsi sbatteva ovunque svegliandosi, quindi abbiamo pensato che forse ora sarebbe passato nella sua stanzetta. Ci sbagliavamo ancora. Alla fine abbiamo optato per un lettone a tre piazze e MrD è stato nella nostra stanza fino ai 5 anni. Vi rendete conto? Fino ai 5 anni.
Un giorno, saputo che il cuginetto di 3 anni passava in stanzetta da solo, ha deciso che era ora anche per lui di andarci. Da quel momento noi ci siamo riappropriato della nostra stanza e lui si è appropriato della sua, con la soddisfazione di tutti.

Questo post partecipa al Blog Tank di Donna Moderna Bambino.

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Il rosa è da femmina?

                                                                       Aerosmith Pink

Mi piace il colore rosa, non è tra i miei colori preferiti, solitamente preferisco il lilla o il fucsia, che sono comunque delle tonalità differenti ma riconducibili sempre al rosa, o se vogliamo essere più precisi al rosso, con un’aggiunta di bianco.
Mia mamma non è mai stata una patita del rosa, quindi in casa mia non si compravano accessori o vestiti prettamente rosa, anzi, ricordo che per avere il vestito della Cresima rosa, tutto pizzi e merletti, avevo dovuto ingaggiare una guerra con mia mamma. Adesso quando rivedo le foto, capisco perchè lei non volesse comprare quel vestito, non era adatto a me, ero ridicola, forse non voleva più per il modello che per il colore in sè.

A scuola di Miciomao l’anno scorso c’era un bimbo che amava il rosa. Negli orari di attività sceglieva di indossare il grembiulino rosa, si aggirava con bamboline rosa in braccio, faceva disegni in cui il colore che predominava era il rosa in tutte le sue sfumature. Le maestre e anche la mamma hanno sempre assecondato questa sua inclinazione, senza mai opporsi, perchè nei bambini piccoli non c’è già l’idea preconcetta della suddivisione dei colori, che un colore è destinato ad uso esclusivo delle femmine, siamo noi che glielo insegniamo, siamo noi che siamo cresciuti con idee di genere, siamo noi i primi a doverci educare.
Vi sono stereotipi e pregiudizi sull’uso del rosa nell’abbigliamento dei nostri bambini, non nascondo che avendo due figli maschi, difficilmente si possono trovare oggetti, giochi, soprammobili o pupazzi rosa nella loro stanza ed è così anche nell’ abbigliamento, essendo  prigioniera del retaggio culturale così difficile da scrollare dalle spalle, dalla testa.
Ho dovuto fare un lavoro su me stessa, per non scivolare, in certe situazioni, sulla frase solita: “Non piangere come una femminuccia!” Ma chi l’ha detto poi che solo le femmine piangono? E’ vero che siamo più emotive, è vero che abbiamo gli ormoni che ci scombussolano, ma a volte il pianto è liberatorio, a volte fa più bene che male. Ma gli uomini questo lo sanno? Non credo. A loro è stato insegnato ad essere forti, a non cedere, a non piangere. Ma quelle lacrime trattenute non creano dei muri insormontabili? Non creano delle barriere psicologiche nei confronti di noi donne, a loro dire, “piagnone”?
E’ possibile eliminare i pregiudizi? Secondo me in noi ci sono ancora delle idee molto radicate, le influenze dei nostri genitori sono faticose da abbandonare, è difficile, ma non impossibile, basta volerlo, basta essere disposti a rivedere le proprie convinzioni o i preconcetti.
Con questo post partecipo al Blog Tank di Donna Moderna Bambino.

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Un nome, un destino?

Si crede che il nome di una persona possa condizionarne il destino, alcuni sostengono che condiziona anche la fisionomia. Voi ci credete?
I latini ne erano convinti, c’era un detto: “Nomen est omen”, ossia “il nome è il destino”. Ritenevano che nel proprio nome ci fosse scritto il proprio destino, o almeno il proprio mestiere.
Gli antichi ritenevano anche  che il suono del nome non fosse solo quello, ma anche l’anima di chi lo portava.
Molte ricerche di psicologia sociale hanno scoperto che il nome delle persone ci influenza molto ed è vero!!
Se avete conosciuto una persona antipaticissima, a quel nome assocerete sempre l’antipatia, è un riflesso inconscio. Queste associazioni, a volte irragionevoli, guidano le nostre scelte, creano anche pregiudizi oppure contrariamente aspettative. Già, se un nome vi evoca ricordi positivi, nel momento in cui conosciamo una persona che porta quel nome, ci aspettiamo che sia anch’essa una persona positiva e se non lo è ci restiamo male.
Effettivamente nel momento in cui ci apprestiamo a scegliere un nome per il nostro bambino, cerchiamo sempre il significato del nome, ne proviamo la musicalità ripetendolo in continuazione accompagnato dal cognome e difficilmente scegliamo un nome che ci ricorda una persona odiosa.
Non sempre però corrisponde al vero, il mio nome ad esempio significa “solitaria”, sono tutto fuorchè quello. Mi piace la compagnia, mi piace ascoltare e mi piace parlare con tutti, anche coi sassi, se mi rispondessero, come dice quel “sant’uomo” di mio marito.
Al contrario quando conosco persone che portano il nome di mio fratello, il cui significato è “protettore degli uomini” mi accorgo quanto siano simili i loro caratteri e quanto di vero ci sia in ciò che dicevano i latini.. Allora c’è o non c’è del vero?
Se volete leggere il mio post che partecipa al BlogTank di Donna Moderna Bambino riguardo la scelta del nome dei miei figli, andate QUI.

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Scegliere il nome per il proprio bambino è una vera responsabilità

Scegliere il nome che il nostro bimbo porterà per sempre, non è facile, è una vera responsabilità.
Ricordo con tristezza un mio cugino, a cui è stato dato il nome di Damiano, rimproverare sua mamma per questo, in continuazione, odiava il suo nome, avrebbe voluto chiamarsi Marcello!!! Tra i due nomi, non si offenda nessuno, ma non me ne piace nemmeno uno!
Io e mio marito non abbiamo voluto sapere il sesso dei  nascituri, quindi abbiamo dovuto pensare sia ad un nome da maschio, che da femmina.
Abbiamo comprato un libro dei nomi, volevamo sapere anche il significato del nome che nostro figlio avrebbe portato, volevamo scegliere un nome italiano e biblico.
Volevamo un nome non troppo lungo, che non si potesse storpiare, accorciare o creare dei giochi di parole offensivi, tanto amati dai bambini.

Ripetevamo i vari nomi accompagnati dal cognome, per ascoltarne il suono, la musicalità. Alcuni nomi li abbiamo scartati perchè ci ricordavano persone antipatiche che abbiamo incontrato nella nostra vita.
Se fosse stata femmina si sarebbe chiamata Sara, ma se fosse stato maschio come l’avremmo chiamato? Solo un mesetto prima abbiamo deciso, anche se per me quel nome riportava alla luce vecchi dolorosi ricordi, ma ricordava anche una persona splendida. E’ nato un maschio, è nato Davide, il cui significato è “amato da Dio”.
Quando aspettavamo il secondo figlio, stesso iter, solo che siamo addirittura arrivati a pochi giorni dal parto prima di decidere il nome da maschio, se fosse stata femmina sarebbe stata Stella e se fosse stato maschio? Erano pochi i nomi che ci piacevano, in primis c’era Samuele, ma  i parenti di mio marito l’avrebbero chiamato con la prima “e” aperta e a me non piaceva, quindi abbiamo optato per togliere la “e” finale, cambiando così la pronuncia del nome, l’accento cade sulla “a”, quindi è nato Samuel, il cui significato è “il suo nome è Dio”.
Mi piace ricordare che Samuel è il profeta  che consacrò Re Davide, di cui era anche consigliere.
Ad entrambe i miei figli i loro nomi piacciono e di questo noi ne siamo felici.

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I capricci dei bambini, come affrontarli

Quando i bambini hanno pochi mesi, solitamente piangono per “bisogni primari”: hanno fame, hanno sonno, sono sporchi, vogliono le coccoline.

Più il tempo passa e più diventano consapevoli che il pianto serve per tiranneggiare i genitori, allora si appropiano di questa arma vincente e la fanno diventare un’arma perfetta. Questa consapevolezza avviene solitamente verso i due anni, ormai chiamati i “terrible two” e da lì, non se ne esce più.
I bambini vogliono opporsi alle nostre disposizioni, ai nostri insegnamenti, alle nostre regole e cosa fanno? Piangono. Ma non in modo normale, non nel modo che ci allarga il cuore e ci fa venire voglia di abbracciarli, no, è un pianto isterico, disperato, urlato al mondo e noi andiamo in iperventilazione. Già, perchè gli adulti di oggi difficilmente riescono a gestire i capricci dei bambini, restano spiazzati di fronte a questi atteggiamenti esagerati, anche perchè i piccoli affinano le armi ogni volta e vincono per esasperazione, per sfinimento.
Il modo migliore per affrontare i capricci è restare fermi sulla decisione presa, non farsi convincere, non cedere alla provocazione, non arrendersi, non sventolare bandiera bianca, mai farlo, la prossima volta, sappiatelo, sarà peggio.
E’ vero anche, che se il bimbo fa i capricci è un segnale che ci vuole mandare, vuol farci capire qualcosa, sta a noi capire cosa e poi agire di conseguenza. Mai essere impulsivi, mai affrettati, domandatevi sempre: ha fame? Ha sonno? Lo sto trascurando? E’ successo qualcosa di cui non mi sono accorta? Se la risposta a queste domande è no, state sereni e fermi, tenete testa al piccolo tiranno.
La maggior parte delle volte in cui i bambini ci dichiarano guerra è per motivi futili, sta a noi capire quando è il caso di soprassedere e quando invece è meglio non cedere, per non creare dei precedenti a cui poi difficilmente si riesce a risolvere.
Miciomao non è un bimbo molto capriccioso, ma quando ci si mette, non scherza per niente, ti porta allo sfinimento, all’esasperazione. Se ritengo sia il caso, dico si subito, altrimenti è no, difficilmente mi lascio convincere dai suoi capricci. E’ un 5enne che vuole spiegazioni, non puoi limitarti al no ed è finita lì, vuole capire perchè è no, cerca di controbattere, fa già le sue piccole battaglie, ha già i suoi modi di pensare, che non fanno una piega, sono sensati. Mi piace il suo modo di pensare, anche se a volte mi mette in difficoltà, ed ha solo 5 anni e poco più, quando ne avrà di più, cosa farò? Ci penserò a tempo debito.
Un giorno alla volta è il mio motto.
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Il ruolo dei nonni nella mia famiglia

Miciomao parte svantaggiato, una nonna non c’è più, è in cielo con gli angeli, come dice lui, un altro è malato, quindi poco presente, l’altro ancora è fatto a modo suo, non ci va molto d’accordo, litigano spesso, si fanno i dispetti, quindi resta solo una nonna, ma la nonna, è veramente una super nonna.
E’ una nonna affettuosa, presente, attenta, sa ascoltare, anche se ci sente un po’ poco,ma, c’è sempre un ma…. è un po’ troppo accondiscendente. A mi parere lo vizia forse un po’ troppo, ma come le dico sempre…”Tu lo vizi e tu ti smazzi i suoi vizi, non chiedermi poi di rimproverarlo a posto tuo” e lei non lo fa, è coerente. E’ molto apprensiva per quanto riguarda la salute, ma quale nonna non lo è? Vuole dargli le vitamine, che gliele dia, se la far star meglio. Vuole vestirlo come se partisse per l’Alaska? Che lo faccia, se la far star meglio. Vuole preparargli brodini di pollo, stuzzichini, leccornie varie? Accettiamo tutto, se poi lui non le mangia, ce le dividiamo fra noi, eheheheheh!!!
La mattina, molte volte lo porta lei a scuola, le piace dargli da colazione, che io contesto sempre, un ovetto Kinder, Ma io dico, come si fa a dar per colazione un ovetto Kinder? Ogni tanto glielo dico, ma lei continua a darglielo, pazienza, male non fa, (ma nemmeno bene) non ci litigo per questa cosa, non ci penso nemmeno.
Ho dovuto affidargli Miciomao diverse volte in questi anni, per motivi di forza maggiore, ma so che quando lui è lì, è felice, sta bene, è tranquillo, è sereno e lo sono anch’io.
E’ una bravissima nonna, ma è anche una bravissima suocera, bisogna ammetterlo, son fortunata, si sentono di quelle cose in giro, da paura!!!!

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Un lavoro a misura…di mamma

Quando si parla di donne lavoratrici, il più delle volte si pensa alle dipendenti, ma una grande fetta di queste donne lavorano in proprio. Io ho sempre svolto un lavoro di tipo autonomo, quindi non conosco l’altra faccia della medaglia. Da diversi anni anche le lavoratrici autonome, artigiane e commercianti, hanno diritto all’astensione dal lavoro avente un’indennità giornaliera di maternità per i 2 mesi precedenti la data effettiva del parto e per i 3 mesi successivi al parto.
Durante la seconda gravidanza avrei voluto prendermi del tempo, soprattutto dopo la nascita del bambino, ma facendo un lavoro piuttosto laborioso e complicato, non mi è stato possibile insegnarlo a nessuno, richiedeva troppo tempo, troppa pratica, quindi ho lavorato fino al giorno del parto.
Stavo bene, ho avuto una gravidanza splendida. Sono uscita dall’ospedale il lunedì, al martedì ero già al lavoro col bimbo al fianco.
Sono riuscita a conciliare famiglia, casa, attività con fatica, ma ho svolto il mio lavoro su tutti i fronti, non dico in modo egregio, mentirei, ma ce l’ho messa tutta, tutta, tutta, per non far mancare nulla a nessuno e spero di esserci riuscita.
Se tornassi indietro rifarei ciò che ho fatto, non mi sono persa nemmeno un giorno di vita dei primi anni del mio bimbo e questo mi ha enormemente ripagati delle fatiche.
Ora svolgo un lavoro differente, ho più tempo per la famiglia, per me e devo ammettere che mi piace. Mi sento meno in colpa quando sono fuori casa, esco alle 8 e rientro alle 23, per tre giorni la settimana, facendo così, mi sento una casalinga-lavoratrice in egual modo.

Con questo post partecipo al Blog Tank di Donna Moderna Bambino.
Ringrazio Mamma Piky che mi ha fatto conoscere questo spazio dedicato alle mamme Blogger!